Sono il ragazzo vestito da aragosta, con la calzamaglia rossa e le chele di gommapiuma, al ballo in maschera con tema “la corte medievale”: non girerò i tacchi per scappare in fretta e furia. Non ho fatto tutta questa strada per perdermi la festa all’ultimo minuto.
Liberamente tratto da Big Magic di Elizabeth Gilbert (semicit.)
Che rapporto avete con la creatività?
A me capita spesso di sentirmi fuori tema al ballo in maschera, esattamente come Mr Aragosta: con indosso chele, carapace e uno sgargiante body rosso, mentre attorno a me danzano leggiadri dame e cavalieri elegantemente vestiti e luccicanti di gioielli.
Cosa faccio in questi casi?
Prendo un bel respiro e mi butto in mezzo alla pista, proprio come il nostro eroe in Big Magic. L’episodio lo trovate raccontato qui (leggetelo, è una bella storia, una storia a lieto fine).
Da che mi ricordi, non posso fare a meno di leggere e di scrivere. Ho sempre nutrito un’insana passione per i dettagli, gli aggettivi, le virgole, la consecutio temporum e le figure retoriche. Tutto quello che i compagni di scuola detestavano, io l’ho sempre amato; quello che per loro era tortura grammaticale, per me era bellezza.
Ho sempre avuto una passione profonda, quasi ossessiva, per la precisione delle parole. Mi affascina l’idea di trovare l’aggettivo giusto, di tratteggiare in modo fedele un’emozione, di cogliere uno stato del mondo transitorio e fugace e farlo diventare parola, in modo da renderlo eterno e condivisibile.
Del resto raccontare il mondo e comprenderlo vanno a braccetto: è attraverso il linguaggio che riusciamo a dare un ordine all’esperienza. Le parole non si limitano a comunicare il nostro pensiero: gli danno forma.
Ricordo ancora una delle prime lezioni di Semiotica all’università, quando il professor Manetti ci spiegò che gli eschimesi hanno decine di termini per descrivere i diversi stati di neve e ghiaccio: laddove noi utilizziamo un unico vocabolo, per gli eschimesi è vitale poter distinguere il ghiaccio compatto da quello leggero, ad esempio, e saperne riconoscere le varie forme e consistenze.
Niente di nuovo, in fin dei conti: è il relativismo linguistico. Ma mi ha sempre affascinato il rapporto tra semantica e cognizione, come già osservava il buon Wittgenstein (“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo“).
Tornando alla creatività, ho sempre ritenuto che i grandi artisti, poeti, pittori o scrittori che fossero, beneficiassero di sensi più acuti e di un grado superiore di comprensione della realtà. Sebbene possa suonare immodesto, ammetto che è a quel grado di comprensione che ho sempre anelato.
Amo narrare storie poiché scovarle e narrarle è il mio modo di capire il mondo. Le storie sono ovunque: nel quotidiano, nei ricordi, in un piatto, nell’odore umido di una cantina, nell’ascesa a un monte in un pomeriggio ventoso. Storie di animali, di persone, di luoghi, perfino di non-luoghi.
Mi appassiona la fotografia perché per raccontare il mondo servono le parole, ma anche uno sguardo complice che ne raccolga la luce. Scrivere e fotografare sono i modi in cui cerco di dare forma alle mie storie. La tecnologia ci offre strumenti apparentemente facili per farlo, ma mi piace pensare di poter osare di più, tentando di andare sempre oltre.
Con tutti i limiti del caso, ogni dettaglio che riesco a mettere a fuoco mi appare come un passo in avanti verso una comprensione più articolata e profonda di ciò che sono e di ciò che mi circonda.
Quello di cercare storie da narrare per migliorare la nostra comprensione del mondo è, in fondo, un buon alibi per la creatività.
Eppure, ogni volta che penso di condividere quello che ho creato, mi assale il dubbio che non sia abbastanza ben cesellato o che, in fondo, io non abbia davvero qualcosa da dire. Da qui la quantità di parole che nessuno ha mai letto e gli scatti sempre troppo imperfetti per essere mostrati.
Il rapporto con il proprio lato creativo non è scontato per nessuno, neppure per chi, come me, ha scelto di fare della comunicazione il proprio mestiere: anche quando vivi di parole, mettersi in ascolto e dare voce alle storie più intime e profonde può essere complicato.
Di cibo e d’altro
Ho trascorso l’infanzia in montagna, tra l’orto di mio nonno, dove riluceva ogni tipo di ortaggio, e le aie piene di animali da cortile. Mentre i colori del bosco e quelli di frutta e verdura segnavano il passare delle stagioni, ho visto sfornare buccellati, cuocere il pane nel forno a legna, custodire in una profumatissima madia le farine e ogni tipo di dolce. Al mare, dai nonni paterni, c’erano il pane di Montescudaio, il ciambellone bicolore cucinato sul fornello, le salsicce di Colle, le visite al frantoio con qualche chilo di olive che si trasformavano in un olio verdissimo.
Tante storie di cibo (e non solo); tante fotografie scattate con la mente, prima ancora di saper prendere in mano una macchina fotografica.
Formazione
Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione e devo dire che non ho mai avuto le idee troppo chiare su come realmente questo corso di laurea dal nome astruso potesse contribuire alla mia crescita personale e lavorativa. Eppure mai come adesso mi ritrovo a pensare ai miei studi di Semiotica e ad applicarli a ciò che faccio.
Che cos’è la Semiotica? No, no, niente di mangereccio.
In compenso sono Assaggiatore ONAV (Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino) e APR (Assaggiatori Parmigiano Reggiano).
Esperienza
Ho lavorato per più di quindici anni in un’agenzia web, occupandomi di progetti di comunicazione e campagne sul canale digitale.
Nel frattempo ho coltivato la mia passione per la fotografia, scattando, studiando, frequentando corsi e workshop, in food photography e non solo.

