Perché a volte le storie, anche se hai viaggiato in lungo e largo per cercarle, sono a km zero.
“La Paura, c’è la Paura laggiù!”
Più o meno con queste parole, i grandi occhi fuori dalle orbite, sporco di terra e ancora tremante per lo spavento: così Corrado si presentò agli amici sopraggiunti per il loro turno di scavo.
Lo trovarono all’imbocco della galleria, vicino alla siepe di bosso che fiancheggiava la strada per l’abitato di Valle, dove era ruzzolato dopo essere stato, a suo dire, sospinto fuori ad opera di un vento improvviso di origine misteriosa. Continuava a ripetere come una litania che laggiù – dentro la galleria- c’era la Paura e asseriva di aver sentito un tanfo terribile, poi un vento gelido, potentissimo, che sembrava provenire dalle viscere della Terra.
Giorni prima, del resto, un diavoletto formato mignon gli era salito su per le gambe e, parlandogli all’orecchio, gli aveva intimato di sospendere immediatamente i lavori.
Era chiaro, insomma: il Diavolo in persona si era mobilitato per fermare le operazioni di scavo e quel primo monito gentile, se inascoltato, avrebbe spianato la strada a nefaste conseguenze.
Non ci fu niente da fare: nonostante gli amici volessero proseguire, Corrado era fermamente intenzionato a impedirlo e non vi fu modo di dissuaderlo. Si sdraiò perfino nella buca e alla fine, dopo interminabili tentativi di negoziazione, gli altri giovanotti dovettero desistere.
Così, in un giorno qualunque di fine estate, poco dopo la seconda guerra mondiale, si chiudeva la vicenda della ricerca del tesoro nascosto di Valle.
Ma andiamo per ordine e facciamo un passo indietro.
Valle è ad oggi una microscopica frazione nel Comune di San Romano in Garfagnana, in provincia di Lucca: cinque case, nove abitanti, due cani e un numero imprecisato di gatti. Un piccolo borgo circondato da castagneti che occhieggia placido alle Apuane. Di certo più popolato a fine anni quaranta, riesce comunque difficile immaginarlo come teatro della frenetica ricerca di un tesoro nascosto.
Quella siepe di bosso c’è ancora e proprio da lì partiva la galleria che otto giovani amici avevano scavato, per lo più nottetempo, per raggiungere il presunto tesoro.

A Valle e nei paesi vicini si è infatti tramandata oralmente la storia, tra verità e leggenda, di un castello con 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno, fatto erigere in epoca imprecisata da una ricca famiglia del luogo. Seguirono anni turbolenti, durante i quali la Garfagnana fu teatro di lotte di conquista e scorrerie, ragion per cui i discendenti di questa facoltosa famiglia decisero di nascondere parte dei propri averi per proteggerli dai saccheggi. Per tenere memoria dell’esatta ubicazione del patrimonio sepolto, collocarono su una porta del palazzo un architrave con un bassorilievo raffigurante un soldato che imbraccia un archibugio: la canna del fucile indicava il punto nel quale era seppellito il tesoro.

Nei secoli, però, qualcosa deve essere andato storto: l’architrave c’è ancora, ma attualmente si trova sulla porta di un metato (seccatoio per le castagne, ndr) e questa non era, evidentemente, la sua collocazione originaria. Per di più nessuno ricorda, a memoria d’uomo, maggiori dettagli sul fantomatico palazzo con 365 finestre e sulla sua posizione all’interno del borgo. La mappa del tesoro, dunque, sembra essere andata irrimediabilmente perduta.

Ciò non ha frenato gli entusiasmi di un gruppo di giovanotti speranzosi che, sul finire degli anni quaranta del secolo scorso, hanno deciso di cimentarsi nella ricerca del tesoro. Tra questi mio nonno e l’ormai noto cugino Corrado.
All’inaffidabilità della memoria storica e della mappa originaria, gli otto contrapposero la scienza moderna, convocando in quel di Valle un rabdomante di Genova, il quale, perlustrato il borgo da cima a fondo, decretò che il tesoro era nascosto in due stanze contigue, una piena di armi, l’altra di monete, gioielli e altri beni preziosi, e indicò il punto esatto in cui si trovavano. Trattandosi di un’area impervia, per raggiungerla occorreva scavare una galleria.
Cotanta dovizia di particolari denotava senza dubbio un sapere suffragato da basi inoppugnabili: fiduciosi, i giovani avviarono le operazioni di scavo e andarono avanti per mesi, alternandosi in faticosi turni quotidiani, fino all’epilogo che ormai ben conosciamo. Va da sé che gli scavi si interruppero proprio quando pale e piccozze pare stessero per cozzare sulle pareti della prima stanza, quella contenente le armi.
Esistono numerosi documenti che testimoniano la storia laica ed ecclesiastica dell’abitato di Valle, ma in nessuno troviamo traccia del famigerato palazzo con 365 finestre. Certo è che nei secoli scorsi nel borgo hanno vissuto ricchi possidenti terrieri ed è possibile che una di queste famiglie abbia edificato un palazzo o addirittura un castello. Quanto all’architrave, l’ipotesi più attendibile è che la scena ritratta sia quella della conquista della Garfagnana da parte di Firenze, avvenuta nel 1430: il castello, lo si evince dal merlo a coda di rondine, è ghibellino; inoltre il secondo dei due soldati, quello che non imbraccia l’archibugio, regge una bandiera col giglio fiorentino.
La memoria orale ha poi interpretato i fatti in modo diverso, tramandandone una lettura forse meno fedele al reale, ma senz’altro più avvincente. Se l’architrave è una mappa del tesoro, nella storia non potevano mancare elementi di superstizione e magia -comuni a molte altre narrazioni orali in Garfagnana- e un diavolo che ci mette lo zampino.
Il gruppo di giovani scavatori degli anni quaranta non è stato il primo (né sarà forse l’ultimo) a cimentarsi nella ricerca del tesoro di Valle e del resto quel tesoro non è l’unico ad alimentare i desideri e le fantasie di molti: appena fuori il perimetro del borgo pare esista un secondo tesoro nascosto, quello della Torricella. Ma, come si suol dire, questa è un’altra storia.
Mio nonno era un grande affabulatore: devo a lui questo racconto, in parte ricostruito tramite le testimonianze degli anziani del paese, già raccolte in interviste presso il Museo dell’Immaginario Folklorico di Piazza al Serchio e oggetto persino di una tesi di laurea.

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